IRIAN JAYA (INDONESIA WEST PAPUA), GLI ULTIMI PRIMITIVI DELLA TERRA

IRIAN JAYA (INDONESIA WEST PAPUA), GLI ULTIMI PRIMITIVI DELLA TERRA

Una vera spedizione nel West Papua indonesiano, ex Irian Jaya, è un’esperienza unica per i viaggiatori che privilegiano l’approfondimento antropologico e lo spirito avventuroso, affascinati dalle esplorazioni in territori poco battuti dal turismo ed interessati ad incontrare popolazioni primitive uniche al mondo e isolate fino a pochissimi decenni fa. Inaugurata come provincia nel 2003, West Papua fu inizialmente chiamata West Irian Jaya ( indonesiano : Irian Jaya Barat ) fino al 2007. Negli archivi portoghese e spagnolo la parola “Papua” è un termine usato per i residenti che abitano nelle isole Raja Ampat e nelle zone costiere della penisola di Bird’s Head. Secondo FC Kamma, un missionario che è anche un linguista, ‘sup-i-papwah’ viene dalla lingua Biak che significa ‘terra sotto il tramonto’.  A quel tempo, i residenti dell’isola di Biak durante il tempo soleggiato potevano vedere una grande isola situata a ovest, l’isola sotto il tramonto. Composta da dodici reggenze e una città, la provincia di West Papua gode di uno status autonomo speciale come concesso dalla legislazione indonesiana  e si distingue dal limitrofo territorio, costituente lo stato indipendente di Papua Nuova Guinea. L’estate è il periodo più adatto (e meno umido) per visitare il suo territorio, prevalentemente  ricoperto da un’antica foresta pluviale, in cui vivono numerose tribù tradizionali come i Dani, Lani e Yali, per poi scendere nei bassipiani tra muri di foresta impenetrabile fino al Mare d’Arafura lungo il fiume Brazza e il fiume Siret, nei territori abitati dai Koroway, popolo di cacciatori-raccoglitori, che vivono in capanne costruite sugli alberi a decine di metri di altezza, e gli Asmat, un tempo conosciuti come tagliatori di testi e per la pratica del cannibalismo.

Il Festival di Baliem (nel 2019 dall’8 al 10 agosto) è un’occasione per le diverse etnie che abitano gli altopiani di Wamena e la Valle di Baliem per incontrarsi e celebrare la loro festa annuale, come i Dani (famosi aborigeni degli altipiani), i Lani e gli Yali (una delle tribù pigmee che vivono sui monti e raramente superano l’altezza di 1,50 cm). Ma solo questi ultimi uccidevano le persone per mangiarle fino al 1975 finché non arrivarono i missionari cristiani da Olanda e Germania. Situata nel mezzo delle montagne omonime sul lato Indonesiano dell’isola della Nuova Guinea, Baliem è un’impressionante valle verde che è stata a lungo nascosta e isolata.

 

In occasione del Festival, varie tribù che vivono intorno alla zona di Baliem Valley inviano gruppi per rappresentare le loro tradizioni, danze e culture dando al visitatore l’occasione perfetta per sperimentare la ricchezza delle culture tribali di Papua. Il momento culminante del Festival sono le finte battaglie tribali che si tengono per mantenere l’agilità e la preparazione fisica degli uomini per la difesa dei loro villaggi. Per preparare queste battaglie, gli organizzatori preparano un’arena di 400 m per 250 m che vedrà la partecipazione di 500-1000 guerrieri e danzatori. Più di mille partecipanti di differenti tribù vestiti con costumi tipici, mettono in scena la guerra tribale, con lance e frecce. Si tratta di un anacronismo insolito da non perdere. Queste battaglie sono accompagnate dalla musica tradizionale papuana, Pikon. Il Pikon è uno strumento musicale fatto con la corteccia del legno che produce dei suoni soffiandoci dentro. Questi suoni producono una musica dall’effetto calmante e riuscire a suonare tale strumento richiede delle abilità particolari. Oltre alle battaglie simulate ci sarà l’occasione anche di assistere anche ad altri avvenimenti, come la cottura del maiale e delle verdure sottoterra e di capire in modo più approfondito la cultura delle singole etnie che abitano la Valle.

Dani: il nome con cui viene genericamente chiamata la popolazione delle numerose tribù che vivono nella regione, che tuttavia presentano numerose differenze in fatto di lingua, usi e costumi ed aspetto fisico. Gli abiti tradizionali degli uomini Dani consistono unicamente in un astuccio penico (horim), ricavato da un tipo di zucca la cui dimensione e forma vara da gruppo a gruppo, ed alcuni ornamenti come piume di cenderawasih, l’uccello del paradiso, e collane di conchiglie. Il resto del corpo, come anche i capelli, viene unto con grasso di maiale e cenere per tenersi caldi. Le donne invece indossano gonnellini di erba essiccata o, se sposate, fibre vegetali e semi legati insieme ed una borsa di rete sul capo che serve al trasporto di bambini o di merci. Una volta era consuetudine, per le donne, di recidersi la falange di un dito ad ogni lutto, ma oggi queste tradizioni vanno perdendosi. I villaggi, disposti sui terrazzamenti rocciosi coltivati a patate dolci della gola del Baliem, sono costituiti dalle honai, le capanne tradizionali rotonde con il tetto di paglia, dove uomini e donne dormono separati. I Dani sono rimasti isolati dal mondo fino alla prima spedizione storica-naturale guidata da un americano Richard Archbold, nel 1938. Da allora i Dani che vivevano all’epoca della pietra, hanno iniziato il loro processo di modernizzazione lasciandosi dietro i culti animistici e il cannibalismo. Tuttavia conservano ancora i loro usi e costumi che esibiscono durante il festival con orgoglio.

Lani: chiamati anche Dani occidentali (in inglese Western Dani), sono un gruppo etnico che vive negli altipiani centrali. Linguisticamente e culturalmente sono affini al vicino popolo della valle del Baliem. I Lani hanno vissuto per millenni isolati sugli altipiani con una tecnologia rimasta all’età della pietra; il primo contatto con le popolazioni occidentali è avvenuto solo nella prima metà del XX secolo. I maschi indossano tradizionalmente un astuccio penico, al quale a volte aggiungono pezzi di corteccia essiccata o di altre fibre vegetali appese a coprire la regione anale o il petto, con il significato di impedire l’entrata di spiriti maligni. Le donne coprono le natiche e i genitali con gonnellini di corteccia, ai quali aggiungono una lunga rete di corda che serve a coprire loro la schiena e a riporre i bambini in tenera età o altri oggetti. I guerrieri possono indossare una veste in rattan legata alle spalle grazie ad alcune cordicelle, che serve loro da protezione. Uomini e donne sono soliti portare braccialetti o fasce di corda attorno alle braccia.

Gli Yali trovano origine al loro nome dall’espressione Jalé-mó, usata dal vicino popolo Dani, che significa “terre orientali”.  Tradizionalmente gli uomini indossano un astuccio penico costituito da un guscio essiccato di Lagenaria siceraria; in maniera distintiva da tutti gli altri popoli degli altipiani, inoltre, sopra ad esso sono soliti portare una serie di cerchi di rattan, a formare una specie di gonnellino. Le donne invece si coprono con un gonnellino costituito da due pezzi composti da steli essiccati di Eleocharis dulcis, legati tra di loro con delle cordicelle strette sui fianchi; una rete di corda sulla schiena, a formare un sacco, costituisce un elemento dell’abbigliamento oltre che un accessorio pratico. I villaggi accolgono tra le 50 e le 300 persone, e sono costituiti da agglomerati di capanne dai tetti conici; l’abitazione riservata agli uomini è circondata da altre più piccole,destinate alle donne e al resto della famiglia.

I dintorni della Baliem Valley sono visitabili con escursioni e trek (cuoco e portatori al seguito), consentendo di attraversare i piccoli orti dell’etnia Dani, piccoli villaggi, colline, ponti sospesi,  fiumi e foreste, in cerca della conoscenza rituale degli aborigeni , legati ancora all’età della pietra.

Il clou dell’esperienza papuana, dopo un volo per Dekai,  è la navigazione (con al seguito portatori, cuoco e guide) nei bassopiani immersi nella foresta pluviale lungo il fiume Brazza, uno dei corsi d’acqua più grandi che scorrono verso sud e che si unisce ad altri fiumi dell’area Asmat, per raggiungere l’area abitata da piccoli villaggi Korowai, che consentono di vivere la loro quotidianità, stabilendosi nelle loro case sugli alberi, oppure in tenda alla base degli alberi su cui sono costruite le case.E’ questa una popolazione nomade, che si sposta al massimo ogni 3 anni, per cui i nuclei abitativi sono molto piccoli, 2-4 case al massimo. I Korowai sono grandi cacciatori, attivita’ che impegna la maggior parte del loro tempo. Le prede sono cinghiali, Cus-cus, piccoli marsupiali. Seguendoli è possibile vederli preparare le trappole, cacciare, raccogliere la farina di sago, pescare nel modo tradizionale.

Note sui Korowai: Le loro abitazioni, tra i rami delle piante, chiamate in indonesiano rumah-tinggi (case-alte) generalmente ospitano da uno a cinque gruppi familiari: sono costruite a un’altezza dal suolo che può variare da 6 a 25 metri soprattutto per difendere gli occupanti dai frequenti allagamenti e nel passato anche dai nemici. Una casa può ospitare una famiglia di circa 8-15 persone. Questo tipo di abitazione protegge le famiglie non solo dagli sciami di zanzare, ma tiene lontani anche gli spiriti maligni. Per costruire una di queste abitazioni, le etnie seminomadi del West Papua adottano due diverse tecniche: la prima consiste nel disporre la piattaforma di base sulla biforcazione dei rami di un solo grande albero, completando al di sopra la struttura portante dell’abitazione; la seconda nell’ancorarne la base a uno o più alberi vicini, privati delle fronde, col supporto di pali di sostegno piantati nel terreno. Per salirvi i Korowai utilizzano pali a tacche. Si ha la possibilità di approfondire la conoscenza della cultura Korowai, assistendo alle loro attività quotidiane come l’abbattimento delle palme del sago e il processo attraverso il quale si ricava la farina di questa palma che costituisce l’alimento di base della maggior parte delle popolazioni del bassopiano. Altre attivita’ del villaggio sono la caccia, ricerca delle larve, di cui si nutrono, preparazione del sago.

(Foto @Antonio Cereda)

Il Sago: Come tra gli Asmat, tra questi semi nomadi Korowai il sago è fonte sacra della vita. La “festa delle larve del sago” (larve di grossi coleotteri), celebrata con alcune variazioni presso le diverse etnie della regione, rappresenta il più importante avvenimento sociale e religioso. La palma del sago è “l’albero della vita”, la “madre” che genera i “figli” (le larve). I Korowai sono un’etnia nomade che vive spostandosi da un luogo all’altro circa ogni tre anni, sono anche dei grandi cacciatori e difficilmente i maiali selvatici, i Cus-Cus (marsupiale presente in tutta l’isola) e uccelli riescono a fuggire alla loro caccia. Se si escludono gli ornamenti usati in occasioni cerimoniali, gli uomini sono completamente nudi: portano solo una piccola foglia verde arrotolata attorno al pene. Oltre ad alcuni ornamenti auricolari, nasali e crinali, le donne indossano un semplice gonnellino vegetale. Uomini e donne infilano nelle narici lunghi aculei scuri, ricavati dalle appendici cornee delle ali del casuario, mentre i Korowai indossano cinti di rotang, collari di denti di maiale e di cauri e inseriscono nel naso e negli orecchi sottili e grossi anelli di materiale corneo.

Interessante è la giornata dedicata alla vita del villaggio, dove è possibile assistere alla danza delle lance. I Korowai, una piccola minoranza etnica, composta da circa 3000 persone, abita la regione al confine della Papua Nuova Guinea; essi sono cacciatori, raccoglitori, nomadi e vivono in piccoli gruppi famigliari, nella giungla e lungo i corsi d’acqua. Il primo contatto documentato tra Korowai e occidentali risale al 1974. I Korowai seguono uno stile di vita rudimentale e primordiale nella giungla di Papua. Essi credono che l’universo sia pieno di spiriti; particolare riverenza è rivolta agli spiriti degli antenati. Si ritiene che abbiano paura degli uomini con la pelle chiara e alcuni dichiarano di non aver mai guardato un uomo bianco perchè credono che siano demoni. Si crede che le donne anziane del clan abbiano la conoscenza della divinazione e della guarigione magica. Queste sono in grado di evocare gli spiriti ancestrali e riescono a prevedere eventi catastrofici. Secondo la tradizione Korowai, le anime dei morti viaggiano nel mondo sotterraneo e una volta raggiunta la destinazione, saranno accolte dai loro antenati. Dopo un certo periodo di tempo possono reincarnarsi in un bambino che sta per nascere nel clan. I Korowai non fanno uso di farmaci e le malattie vengono curate con le erbe, quindi il tasso di mortalità è molto alto. Generalmente non raggiungono i 50 anni di età e le malattie mortali sono malaria, tubercolosi, elefantiasi e anemia. Non avendo conoscenze mediche, ritengono che le morti misteriose siano da attribuire ai “khakhua” ovvero demoni che assumono la forma umana.

Non è facile rientrare alla quotidianità occidentale, dopo aver vissuto accanto agli ultimi primitivi sulla terra, ma il loro ricordo sarà indelebile per sempre.

Questo itinerario è proposto da VIAGGI TRIBALI dal 6 al 23 agosto 2019

IRIAN JAYA,  GLI ULTIMI PRIMITIVI DELLA TERRA  dal 6 al 23 agosto 2019

(in occasione di Baliem Festival & Korowai Expedition)

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